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I quasi adatti

Peter ha quattordici anni ed è solo. Da sempre. Dopo estreme ed indicibili esperienze trova accoglienza in una scuola sperimentale di Copenaghen.

La scuola in oggetto è un istituto specializzato nel recupero di adolescenti disadattati.

Qui Peter dovrebbe imparare a coltivare affetti, a capire la realtà,essere uomo,crescere formarsi. Sceglie però,vie alternative, al margine o fuori da ciò che le ferree regole dell'Istituto consentono. È la storia di ciò che ha vissuto, suo passato, condiviso con due amici anche loro ospiti dell'istituto,August e Katarina.

Lo stesso Peter la racconta alla famiglia a distanza di anni.

Dall'autore di "Il senso di Smilla per la neve" un romanzo quasi autobiografico. Una storia sui drammi dei ragazzi che gli adulti non possono o non vogliono capire.

Che cos'è il tempo?

Salivamo cinque piani verso la luce e ci distribuivamo in tredici file rivolti verso il dio che apre le porte del mat­tino. Poi c'era una pausa, quindi arrivava Biehl. Perché quella pausa?

A un'esplicita domanda sulle sue pause rivoltagli da I Una delle ragazze brave, Biehl sul momento era rimasto in jpilenzio. Poi lui, che non diceva mai "io" di se stesso, aveva detto, lentamente e con grande serietà, come stupito della domanda, e forse anche della propria risposta: «Quando parlo dovete ascoltare soprattutto le mie pause. Dicono più delle mie parole».

Questo valeva anche per l'intervallo fra il momento in nella sala scendeva il silenzio assoluto e quello in cui i entrava e saliva sul pulpito. Una pausa eloquente, per dirlo con parole sue.

Poi veniva intonato un canto mattutino seguito da una preghiera che Biehl recitava come un un padrenostro, pausa, un canto patriottico, pausa e fine; a quel punto lasciava la sala come era arrivato, rapido, quasi di corsa.

Quali erano i sentimenti in sala mentre ciò avveniva?

Un sentimento in particolare, dissi io, era di primo mattino o la gente era stanca, ma non potevamo finirla lì?,

Mi stava venendo il mal di testa, ed era tardi, la campanel­la aveva già suonato, indicai l'ora.
Non ancora, disse lei, voleva farmi notare un'altra cosa, cioè il rapporto con il dolore. Nel corso di un esperimento, quando sopravveniva un dolore, come ora il mal di testa, non bisogna va mai interrompere e abbandonarlo. Bisogna­va invece dirigere su di esso la giusta luce dell'attenzione.

Disse così. La luce dell'attenzione.

Così ci volgemmo verso la paura.

Biehl aveva scritto le sue memorie, Sulle orme di Grundtvig. Lì dentro c'erano i nomi di tutti gli insegnanti che avevano lavorato nella scuola, tutte le volte che ci si era trasferiti in locali migliori e più ampi, una lunga serie di successi e il modo in cui erano stati premiati.

Ma nemmeno una parola sul rapporto con gli alunni, e perciò nemmeno sulla paura. Non una parola, nemmeno nelle pause o fra le righe.

Da principio era incomprensibile. Perché era quella la co­sa importante.

Non il rispetto o l'ammirazione, ma la paura.

Poi fu chiaro che quella reticenza rientrava in un piano più vasto. E allora capii.

Durante il canto mattutino rimanevamo in assoluto si­lenzio, fu la prima cosa che provai a farle capire.

A un determinato momento, ogni giorno, venivamo trasferiti nella sala canto, duecentoquaranta persone con ventisei insegnanti e Biehl; poi le porte venivano chiuse, e sapevamo che da quel momento bisognava osservare per un quarto d'ora un silenzio di tomba.

Era un divieto assoluto, perciò creava nella sala una certa tensione.

Come se la regola, includendo tutto e non tollerando nulla, chiedesse di essere violata. Come se la tensione all'interno della sala fosse uno dei suoi scopi.

Anni di esperienza avevano dimostrato che era impos­sibile far rispettare totalmente il divieto. Ma le poche eccezioni verificatesi erano comunque servite a riaffermare e a consolidare la regola.

In quelle poche occasioni si era trattato di un sommesso mormorio fra gli alunni, un tossicchiare e un agitarsi con­tagioso che per un po' non si poteva arrestare. Una situa­zione critica, una delle cose più difficili per un uomo nella posizione di Biehl.

La resistenza passiva di un corpo mas­siccio composto di piccoli esseri umani.

In quelle occasioni era stato fantastico. Non provava a fare come se nulla fosse. Piegava la testa e assorbiva l'agitazione. Rimaneva così, in piedi, a testa bassa, mentre la tensione in fila aumentava finché la paura soffocava l'agitazione.
Neanche per un attimo aveva guardato direttamente alcuno, andava avanti e concludeva il canto mattutino ! al solito. Eppure sapevamo che lui sapeva chi aveva linciato. Che aveva localizzato la fonte e sapeva come farla.

Doveva venire un altro insegnante, ma non si era ancora o nessuno.

Invece, la porta della classe era rimasta aperta pausa nell'attesa fu così lunga da confermarci quel che sapevamo.

Poi arrivò Biehl, con passo rapido e deciso.

«Sedetetevi» disse. «Jes rimanga in piedi.» ha bisogno di un po' di tempo per scaldarsi. Non anche se da quando mi ero ammalato a me così sembrava, forse un paio di minuti.

Jes aveva disturbato i suoi compagni nel canto mattutino, aveva intralciato l'orario della classe che già era rigido, aveva abusato della fiducia che l'era stata  offerta, e d'improvviso arrivò il colpo.

Velocissimo, eppure con tale forza che sollevò il corpo e lo scaraventò nel corridoio tra i banchi.

Al colpo seguì una breve battuta d'arre­sto in cui lo shock bloccò tutto.

Poi arrivarono due cose contemporaneamente. Il sollievo, perché ora tutto era sta­to sistemato, e qualcos'altro, qualcosa di più profondo, di più lungo, quel che si produce quando un adulto colpisce con forza un bambino, qualcosa di totalmente estraneo al dolore dovuto al colpo.

Tornando verso la lavagna Biehl si rimise a posto i ve­stiti. Come un uomo che è stato in bagno. O con una put­tana. E che ha finalmente dato compimento a qualcosa di difficile ma necessario.

Lei non mi capì, così continuammo.

«Accade spesso?» chiese.

Prima della malattia non c'era stato motivo di pensare a quanto spesso. Ma ora, con la necessità di fare sempre at­tenzione al tempo, risultò una cosa piuttosto rara, meno di una volta alla settimana per classe. Un dosaggio estre­mamente preciso.

«In che modo?»

Era presto per iniziarla alle verità recondite, ma lo feci ugualmente.

Esisteva una legge, era stata Karin Aero a ri­velarlo, che risaliva all'antichità.

Dovendo dorare una su­perficie non era opportuno coprirla d'oro al cento per cen­to, l'effetto migliore si otteneva coprendola per poco più del sessanta. Una variante della legge sulla sezione aurea.

Lo stesso valeva per il rapporto fra tempo e punizione. Delle violazioni accertate, solo poco più della metà provo­cava una punizione.

Una specie di sezione aurea della violenza.

Io venivo picchiato spesso?

A questo potevo rispondere negativamente per quanto riguardava la mia permanenza nella scuola, un periodo di due anni e due mesi. In tutto questo tempo, fino a poco prima, non ero stato picchiato nemmeno una volta né ero stato punito, e fino a quando mi ero ammalato non avevo avuto un solo rimprovero né una "R" per un ritardo.

«No» disse lei, «quando uno ha paura, anche non essere puniti è una specie di libertà.»

Non lo disse per cattiveria, le era scappato. Era quasi di­retto a se stessa. Ma rivelava come provasse nei miei con­fronti una naturale avversione. E siccome non avevo nulla da perdere aggiunsi che prima di Biehl, nel mio passato, specialmente a Himmelbjerghus e alla Scuola delle croste, ne avevo prese e date più degli altri. Forse qui alla scuola non sarebbe riuscita a trovare un maggior esperto di ceffo­ni. A meno che non fosse andata direttamente da Biehl.
Mi chiese che cosa avrebbe detto lui.

Era scoppiato un caso nella scuola un anno prima. Sembrava che un alunno, Jes Jessen, con il quale avevo diviso stanza e che più tardi fu espulso, avesse avuto un abbassamento dell'udito dopo che Biehl lo aveva punito, ma non fu mai provato che fra le due cose esistesse una reagione, ma in quel caso Biehl venne sottoposto a molte tensioni perché desse una spiegazione.

Lui aveva detto , per quanto possibile, veniva rispettato il divieto di infligere punizioni corporali in vigore nella scuola dell'obbligo danese, ma che secondo la sua esperienza nessuno subiva mai subito danni per uno schiaffo, l'aveva detto con tale gravita da tranquillizzare tutti. dal resto lui aveva una certa esperienza, picchiava regolarmente i bambini da quarant'anni. comunque non era sbagliato.

La cosa determinante era il colpo. Era quello che succedeva intorno, subito 'prima e subito dopo. Ma che non era visibile, non a occhio nudo. Perché durava un istante. Anche se poi durava a  descrivere questo immediato e profondo effetto lei la parola "umiliazione", che io accettai.

In fondo avevo capito.

Le informazioni esterne, cioè raccolte fuori del laborato­rio, sono sempre state facilmente accessibili.

Nel mese di maggio del 1971, dopo quasi due anni alla Biehl, durante i quali non c'era stato nulla da ridire nei miei confronti, e dopo che era stato scritto sulla mia sche­da che avevo un comportamento buono e un'intelligenza nella media, d'improvviso ebbi difficoltà a presentarmi in orario al mattino.

Il sabato e la domenica, quando gli altri erano a casa e io rimanevo solo a scuola, dormivo di gior­no, o non dormivo affatto, e rimanevo sveglio la notte, e questo influiva sul resto della settimana.

Mi rivolsi al medico scolastico perché non sorgessero sospetti di pigrizia o di mancanza di volontà, ma si potes­se constatare che era una malattia contro cui non potevo fare nulla, nemmeno con due sveglie, una delle quali mol­to grande.

Era l'ufficiale sanitario di zona ad avere la supervisione della scuola. Ordinò che fossi svegliato ogni mattina da Flakkedam, e per un certo periodo mi presentai in orario, anche se molto stanco. A quel punto avevo intuito il gran­de piano, e cominciai a temere una catastrofe.
Perciò inviai la lettera. Era la prima lettera della mia vi­ta, non c'era mai stato nessuno a cui scrivere.

L'avevo vista in cortile, con Biehl. Al mattino Biehl stava sempre sotto la porta per salutare quelli che arrivavano in orario e identi­ficare quelli che arrivavano in ritardo. Dal momento in cui ci svegliavamo, ci tornava in mente che sarebbe stato lì. Cosicché, in un certo senso, era già presente fra il sogno e la veglia.

Non c'era nessun contatto con le altre classi, special­mente quelle superiori erano lontanissime, e lei era due classi sopra di me. A un certo punto era rimasta assente per sei mesi, e quando tornò ero convinto, nessuno sapeva perché.

L'avevo vista a quell'epoca, ma solo da lottano. Una mattina la vidi in cortile, era arrivata tardi e sembrava una stonatura, non era il tipo.

Un paio di giorni dopo, arrivò di nuovo in ritardo, cominciai a contare. In due settimane di scuola sono arrivato a sei. Allora seppi che qualcosa non andava.

La sesta volta Biehl l'aveva presa in disparte. L'aveva condotta vicino al muro lasciando passare gli altri.

Era curvo su di lei, molto concentrato. Questo mi permetteva di avvicinarmi in modo da vedere i loro volti. Lei era un po' piegata verso di lui, e lo guardava fisso. Ero li vicino da vederle gli occhi, era come se stesse dicendo qualcosa.

L'avevo individuata nelle foto-annuario della scuola, si chiamava Katarina.

Vigeva il divieto di rimanere dentro la scuola dopo la campanella, con la sola eccezione della biblioteca, accanto alla sala professori. Lì era concesso stare durante la pausa del pranzo, per studiare e migliorarsi.
Adesso era vuota, a parte Katarina e me.

Rimase a lungo seduta e provò a farsi forza per dire qualcosa.

«Lo faccio apposta» disse. «Arrivo tardi apposta.»

L'avevo capito da quando li avevo visti in cortile. Quando Biehl si avvicinava a qualcuno, quello provava ad arretrare, veniva spontaneo, era una regola. Lei si era sporta verso di lui e lo aveva guardato negli occhi, come per sfruttare al massimo quel momento.

Lesse un pezzo di carta. Somigliava a una lettera.

«"Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche al­tre cose che non sono state dette a nessuno. Giornate inte­re che scompaiono, e brevi attimi che diventano un'eter­nità." Racconta» disse.

Ora, non che volessi negare qualcosa, ma chiunque avesse scritto quella lettera, dissi, correva certo un grosso rischio ammettendo di essere così malato. Che cosa pote­vamo fare per diminuire questo rischio? Poteva forse ave­re in cambio qualche informazione?

«Sto effettuando un esperimento» disse lei.

Disse proprio così. Effettuando un esperimento.

«Ma c'è la garanzia che, dopo, uno arriverà in tempo?» domandai.

Rispose di no.

Se avesse promesso qualcosa non le avrei creduto, e in quel caso non sarebbe stato possibile continuare. Ma ora aveva detto la verità, perciò tentai.

La prima cosa che provai a spiegarle fu il canto mattuti­no, per via di una legge che aveva rivelato Karin Aero.

Non era normale che Karin Aero parlassi

Era normale che mettesse in moto la gente con una canzone e poi girasse tra le file per vedere chi cantava bene e chi era stonato,
decidendo così chi avrebbe fatto parte del coro, chi sareb­be rimasto fuori e chi era al limite. Ma, nell'ascoltare, qualche volta parlava pure, e quello che diceva era spesso importantissimo.

Una legge, come quella della sezione aurea.

In un'occasione del genere aveva detto che l'inizio di un brano musicale, se si tratta di un brano intelligente e i preciso, fissa subito e immutabilmente il resto del suo | contenuto e del suo svolgimento.

Perciò cominciai da lì, ma all'inizio non fu possibile, "Sembrava impensabile che lei riuscisse a capire, perché , una ragazza, ma soprattutto perché lei era dentro, e sembrava sempre dato il tempo per scontato.

Non aveva l'orologio, non si poteva fare a meno di averlo. Ma non era questa la cosa più importante. La cosa più importante era che proprio non sentì suonare la campanella.

Perché ascoltava me. Perciò non aveva pronte le  risposte.

Glii raccontai del canto mattutino e della paura. Mentre il tempo  passava e aumentava il rischio di essere scoperti.