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Il cinese

In una fredda giornata di gennaio, la polizia di Hudiksvall, nella Svezia centrale, scopre un orribile massacro: in un villaggio vicino alla foresta, diciannove persone sono state trucidate. Sembra il gesto di un folle.

Quando a Helsingborg il magistrato Birgitta Roslin legge della strage, si rende conto che tra le vittime ci sono persone a lei molto vicine, e decide di occuparsi del caso. Il ritrovamento di un nastro di seta rossa la porta a Pechino, dove la scoperta di un diario la trascinerà indietro nel tempo, svelandole una terribile storia di schiavitù e soprusi. Coinvolta in un diabolico gioco politico, Birgitta dovrà confrontarsi con la brutalità del capitalismo selvaggio e dei nuovi potenti nella Cina di oggi, pronti a rivendicare il loro posto sulla scena internazionale.

Una scena del crimine che sarebbe entrata nella storia del crimine svedese. Un intero villaggio viene battuto casa per casa dalla polizia, ma si trovano soltanto dei cadaveri. Diciannove persone, per lo più coniugi anziani sorpresi nel sonno, un ragazzino di circa dodici anni con una gamba martoriata dopo l’assalto di un lupo, ma anche cani, gatti, persino un pappagallo, tutti uccisi a coltellate. L’odore dolciastro e amarognolo della morte ha invaso tutto il villaggio, solo una famiglia si è salvata, gli Hanson, insieme a una donna che continua ad aggirarsi in vestaglia nella neve, con le mani giunte in preghiera e lo sguardo sconvolto. Vivi Sundberg, corpulenta sulla cinquantina, è una poliziotta tenace e capace di analizzare anche i più piccoli indizi, ma quando si trova a ispezionare tutti quei cadaveri deve rinunciare ad appuntare sul suo taccuino tutti i particolari. La scena è troppo truce, è una vera strage
E' attraverso i notiziari che il giudice Birgitta Roslin scopre cha a pochi chilometri da casa sua è accaduto l’impensabile. Sposata da molti anni e con quattro figli grandi, Birgitta è un giudice scrupoloso, che si getta spesso a capofitto nel lavoro così come nelle altre cose della vita. Ma la sua vita, tutto sommato serena e stabile, sta per essere sconvolta da un notiziario televisivo: il villaggio della strage era proprio quello in cui era nata sua madre e in cui anche lei aveva vissuto per qualche tempo prima di essere data in adozione.

Inizia in questo modo l’ultimo straordinario romanzo di Henning Mankell. Lasciati i panni del commissario Kurt Wallander, protagonista di ben 9 romanzi tradotti in quaranta lingue, lo scrittore svedese crea una pletora di nuovi attualissimi personaggi, intorno ai quali ruota questo libro. Un romanzo corale, in cui ogni personaggio è descritto in maniera magistrale e che si colloca a metà strada tra un thriller e un romanzo storico. Partendo dalle foreste scandinave la trama si snoda su diversi piani temporali, tra la Svezia dei giorni nostri, la Cina e gli Stati Uniti di fine Ottocento. Dall’estrema povertà delle campagne cinesi durante gli anni del comunismo imperiale, alla svolta ipercapitalistica della Pechino contemporanea, meta di designer e di architetti.

Un nastro rosso è sparito dalla lampada di un ristorante cinese, lo stesso nastro verrà trovato sulla neve di Hesjovallen, dove è avvenuta la strage. Birgitta Roslin ha a disposizione un unico indizio per mettersi sulle tracce del misterioso uomo cinese ospite del villaggio in quei giorni, noi lettori abbiamo a disposizione quasi 600 pagine, per godere di una prosa perfetta, immaginifica, degna della fama del maestro scandinavo.


Skare, freddo intenso, solstizio d'inverno.
Nei primi giorni di gennaio del 2006 un lupo solitario entra in Svezia dalla Norvegia attraversando il confine a Vauldalen. Un uomo che guidava un gatto delle nevi so­stiene di averlo intravisto poco lontano da Fjàllnàs, ma il lupo scompare nella foresta, verso est, prima che qualcu­no riesca a vedere dove stia andando. Nel profondo del-l'Osterdalarna sono stati ritrovati i resti congelati di un alce, sulle zampe brandelli di carne e non molto di più. Ma è successo due giorni fa. Adesso il lupo ha di nuovo fame ed è in cerca di cibo.

È un giovane maschio che vaga per delimitare il pro­prio territorio. Marcia senza sosta. A Nàvjarna, a nord di Linsell, trova un altro cadavere di alce. Prima di ripren­dere il cammino, rimane sul posto per un giorno intero e mangia a sazietà. Poi riparte verso est. A Kàrbòle attra­versa il Ljusnan ghiacciato e poi segue il suo corso tor­tuoso verso il mare. In una notte di luna piena passa il ponte a Jà'rvsò sulle zampe felpate e poi si addentra nel­le grandi foreste che si spingono fino al mare.

Il mattino del 13 gennaio, molto presto il lupo raggiunge Hesjovallen, un villaggio a sud de Hansesjon, nell'Halsingland. Si ferma e annusa. Da qualche parte arriva odore di sangue. Si guarda intorno. Sa che nelle case abitano degli uomini. Ma non esce fumo dai comignoli. E il suo fine udito non capta alcun suono.

Però l'odore del sangue è vicino, il lupo ne è certo. Si accuccia al margine della foresta cercando di capire da dove venga. Poi comincia ad avanzare lentamente nella neve.

 

  L'odore proviene da una delle case alla fine del pic­colo villaggio. Il lupo si muove cautamente, quando è vi­cino a degli esseri umani deve fare attenzione ed essere paziente. Si ferma di nuovo. L'odore proviene dal retro di una casa. Rimane in attesa. Riprende a muoversi. Quando raggiunge la casa vede un cadavere. Afferra la preda pesante e la trascina verso la foresta. Non lo ha vi­sto nessuno, nessun cane ha abbaiato. Il silenzio nella mattina gelida è assoluto.

Arrivato nella foresta il lupo comincia a mangiare. La carne non è congelata. Non fa fatica. Ha molta fame. Do­po avere staccato a morsi uno scarpone, attacca la cavi­glia.
Durante la notte ha nevicato, poi ha smesso. Mentre il lupo mangia, alcuni leggeri fiocchi di neve riprendono a cadere sul terreno gelato.

Quando Karsten Hòglin aprì gli occhi, ricordava di avere sognato una fotografia. Rimase disteso sul letto, mentre l'immagine tornava lentamente, quasi un negati­vo del sogno inviato alla sua coscienza. Riconobbe la fo­tografia. Era in bianco e nero e mostrava un uomo sedu­to su un vecchio letto di ferro, un fucile da caccia appe­so alla parete alle spalle, ai piedi un vaso da notte. Quan­do l'aveva vista la prima volta, era rimasto colpito dal sor­riso malinconico del vecchio. C'era un che di insicuro nel­la sua espressione, sembrava in attesa. Molto tempo do­po, era venuto a sapere cosa c'era dietro a quell'immagi­ne. Alcuni anni prima, quell'uomo aveva ucciso acciden­talmente il suo unico figlio durante una battuta di caccia agli uccelli marini. Da allora il fucile era rimasto appeso a quella parete e l'uomo era diventato sempre più strano.


Karsten Hòglin pensò che, fra le migliaia di fotografie che aveva avuto tra le mani, quella era la sola che non avrebbe mai dimenticato. Gli sarebbe piaciuto essere sta­to lui a scattarla.
L'orologio sul comodino segnava le sette e mezza. Di so­lito Karsten si svegliava presto. Ma aveva dormito male quella notte, il letto era scomodo. Decise che l'avrebbe fat­to presente al momento di pagare il conto dell'albergo.

Era il nono e ultimo giorno del viaggio finanziato dal­la borsa di studio. Stava raccogliendo una documenta­zione sui paesi abbandonati. Ora si trovava a Hudiksvall e gli rimaneva ancora un villaggio, di cui un uomo gli ave­va parlato in una lettera. Dopo avere letto i suoi articoli, quell'uomo gli aveva scritto la storia del luogo in cui vi­veva. Karsten ne era rimasto colpito e aveva deciso di concludere il servizio fotografico proprio lì.

Si alzò e scostò le tende. Durante la notte erano cadu­ti diversi centimetri di neve. Faceva ancora buio e il sole non era ancora spuntato all'orizzonte. Una donna con un giaccone imbottito passò in strada. Karsten la seguì con lo sguardo. Dev'essere freddo, pensò. Cinque, forse sette gradi sottozero.
Si vestì e scese nella hall dell'albergo usando il lento ascensore. Aveva parcheggiato l'auto nel cortile interno. Lì era al sicuro. Ma le borse con le macchine fotografi­che le aveva portate in camera. Lo faceva sempre. Il suo incubo peggiore era di arrivare all'auto e scoprire che le borse erano sparite.
Al bancone della reception c'era una ragazza molto gio­vane, poco più che adolescente. Karsten notò che si era truccata malamente e decise di non reclamare per il let­to. In ogni caso, non sarebbe tornato in quell'albergo.

Alcuni ospiti stavano facendo colazione nella sala ri­storante. Per un attimo fu tentato di prendere una delle sue macchine e di scattare una foto a quel locale avvolto nel silenzio. Aveva la sensazione che la Svezia fosse sem­pre stata così. Persone silenziose, chine sui loro giornali e sulle loro tazze di caffè, ognuna assorta nei propri pen­sieri, ognuna con il proprio destino.

Lasciò perdere quell'idea, versò una tazza di caffè, im­burrò due fette di pane e prese un uovo alla coque. Dato che non aveva trovato un giornale libero, fece colazio­ne rapidamente. Detestava rimanere seduto a mangiare senza poter leggere.

Quando uscì dall'albergo si rese conto che faceva più freddo di quanto avesse immaginato. Il termometro ac­canto alla porta d'ingresso segnava undici gradi sottoze­ro. E continuerà a scendere, si disse. Fino a oggi l'inver­no è stato eccezionalmente mite, adesso finalmente è ar­rivato il freddo che aspettavamo. Posò le borse sul sedi­le posteriore dell'auto, mise in moto e scese per raschia­re via il ghiaccio dal parabrezza. Accanto al posto di gui­da teneva una carta geografica.

Aveva controllato la strada per arrivare all'ultimo villaggio già il giorno prima, men­tre faceva una sosta in un paese nelle vicinanze di Hasselasjòn. Doveva prendere la statale verso sud e dopo Ig-gesund svoltare in dirczione di Sòrforsa. A quel punto c'erano due possibilità, la strada a est o quella a ovest del lago, che alcuni chiamavano Storsjòn altri Làngsjòn. A una stazione di servizio all'entrata di Hudiksvall gli ave­vano detto che la strada a est era in pessime condizioni, ma decise di prenderla perché era molto più corta. Quel mattino la luce invernale era affascinante. Si vedeva già il fumo salire dai comignoli dritto verso il ciclo.
Impiegò quaranta minuti per arrivare al villaggio, ave­va sbagliato strada e a un certo punto si era accorto che stava andando verso Nàcksjò, a sud.

Hesjòvallen era in una piccola valle vicino a un lago di cui Karsten non ricordava il nome. Forse Hesjòn? Una fitta foresta si estendeva fino al villaggio, che si trovava sul pendio che scendeva verso il lago, ai due lati della Stretta strada dell'Hàlsingland.