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La Traccia


Un'indagine di Kay Scarpetta. Cinque anni dopo essere stata allontanata dall'autorevole incarico che ricopriva all'Istituto di medicina legale di Richmond, Kay Scarpetta torna in Virginia. Ma non è un ritorno trionfale.

L'ha richiamata l'attuale capo dell'istituto, il presuntuoso e incompetente Joel Marcus (ma in realtà è stato costretto a convocarla), e la scena che si presenta davanti agli occhi di Kay è decisamente preoccupante. Gran parte della morgue è in rovina, i laboratori sono nel caos e non esiste più traccia della perfetta organizzazione che lei aveva creato. Il caso da risolvere per Kay è quello di una quattordicenne, inequivocabilmente cadavere, ma di cui non si riesce a stabilire una causa reale di morte. E non si tratta certo di influenza, come la madre continua a sostenere.

Accanto a lei il fedele Pete Marino, indimenticabile per la sua stravaganza, per la sua rudezza e timidezza. Accanto a lei, ugualmente, l'affascinante nipote Lucy, a capo di un'agenzia internazionale di investigazioni, un'organizzazione simile a un gruppo paramilitare per gerarchie e tecnologia. Ed è proprio dalle indagini condotte da Lucy su uno strano individuo, che passa il suo tempo a incidere occhi sulle finestre di casa sua o sulle portiere delle sue due Ferrari, che viene scoperto un impercettibile indizio. È da qui che Kay Scarpetta parte, con la sua abilità di investigatrice e patologa, con la sua capacità geniale di ricostruire da un nonnulla un intero mondo di orrori. Come altri scrittori di thriller, Patricia Cornwell sa inventare precisi colpi a effetto, ma il reale segreto dei suoi romanzi è l'umanità che riesce a estrarre dal sensazionalismo e dal sentimentalismo dei suoi personaggi. Un thriller appassionante. Una storia dal fascino straordinario. Un piccolo capolavoro per il ritorno di Kay Scarpetta.


Scavatrici e bulldozer gialli rimuovono terra e pietre da un luogo che ha visto più morti di tante guerre e Kay Scarpetta, a bordo di un fuoristrada preso a noleg­gio, rallenta fino quasi a fermarsi. Scossa, guarda i macchinari gialli che distruggono quel che resta del suo passato.Avrebbero dovuto avvertirmi» dice. Le sue intenzioni erano abbastanza innocenti, in quella grigia mattina di dicembre. In preda alla nostal­gia, aveva pensato di passare davanti all'edificio in cui aveva lavorato tanti anni, senza sapere che lo stavano demolendo. Avrebbero dovuto avvertirla.Sarebbe stato gentile dirle che quel palazzo in cui aveva trascorso tan-tempo quando era giovane, piena di sogni e di speranze, quando ancora credeva nell'amore, quel palazzo ìt cui provava tanta nostalgia, era in demolizione. » Vede avanzare un bulldozer pronto all'attacco, e la i rumorosa violenza meccanica le sembra allarman­te pericolosa. "Avrei dovuto ascoltare" pensa guardando il palazzo sventrato, con la facciata ormai piena di buchi."Quando mi hanno chiesto di tornare a Richmond, avrei dovuto ascoltarmi di più."Ho un caso difficile e mi piacerebbe che lei mi desse una mano" le ha detto il dottor Joel Marcus, l'attuale direttore dell'Istituto di medicina legale della Vìrginia, l'uomo che ha preso il suo posto. L'ha chiamata ie­ri pomeriggio al telefono e lei non ha prestato attenzio­ne ai propri sentimenti.Certamente" gli ha risposto, passeggiando per la cucina della sua casa nel Sud della Florida. "Che cosa posso fare per lei?"

    "Una quattordicenne è stata trovata morta nel suo letto due settimane fa, intorno a mezzogiorno. Aveva l'influenza."

    Avrebbe dovuto chiedergli come mai aveva deciso di chiamare proprio lei. Ma non si è data ascolto. "Era a casa da scuola?" gli ha chiesto invece.

    "Sì."

    "Sola?" Stava mescolando bourbon, miele e olio d'o­liva e teneva la cornetta appoggiata sulla spalla.

    "Sì."

    "Chi l'ha trovata? Com'è morta?" ha chiesto versan­do il miscuglio dentro un sacchetto di plastica che con­teneva una bistecca di filetto.

    "A trovarla è stata la madre e la causa di morte è an­cora da accertare" ha risposto Marcus. "Sembrerebbe tutto normale, a parte il fatto che .non si capisce come mai è morta."

    Kay Scarpetta ha messo la bistecca a marinare nel frigo e ha aperto il cassetto in cui tiene le patate, poi ha cambiato idea, ha deciso di fare il pane ai cereali, e lo ha richiuso. Non riusciva a stare ferma, e tantomeno seduta; era nervosa e cercava di non farlo capire. Per­ché il dottor Marcus l'aveva chiamata? Avrebbe dovuto chiederglielo.

    "Con chi abitava la ragazza?" gli ha domandato in­vece.

    "Preferirei parlarne di persona" le ha risposto Mar­cus. "È un caso complicato."

    Kay stava per dirgli che non poteva aiutarlo, che era in partenza, che aveva in programma due settimane ad Aspen, ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto perché non è vero: la vacanza è stata rimandata, o forse annullata del tutto, benché decisa da mesi. Non è riuscita a men­tire ed è ricorsa a una scusa più professionale: "Non posso venire a Richmond perché sto lavorando a un caso molto complesso, una morte per impiccagione che i familiari non vogliono rassegnarsi a considerare un suicidio".

    "E perché?" le ha domandato Marcus. Più parlava, meno lei lo ascoltava. "Problemi razziali?"

    "D morto è salito su un albero, si è messo un cappio intorno al collo e si è ammanettato per non poter più cambiare idea" ha spiegato lei, aprendo uno sportello della cucina. "Quando è saltato giù dal ramo, la corda gli ha spezzato la seconda vertebra cervicale e gli ha spinto in avanti il cuoio capelluto, così che, quando lo hanno trovato, aveva un'espressione corrucciata, una sorta di smorfia di dolore. I suoi parenti, qui nel Mississippi, dove l'omosessualità è ancora poco accettata, non riescono a spiegarsi l'espressione del morto e le manette."

"Non sono mai stato nel Mississippi" è stato il com­mento di Marcus, che forse voleva dire che non gliene fregava niente né del morto impiccato né di nessuna tragedia che non lo riguardasse personalmente. Ma Kay Scarpetta non lo stava ascoltando e non capiva. "La aiuterei volentieri" gli ha detto aprendo una bottiglia di olio extravergine di oliva non filtrato, che non i nessuna necessità di aprire. "Però non credo che i una buona idea."

    li t Era arrabbiata, ma non voleva ammetterlo con se sa e passeggiava per la sua bella cucina allegra e at-atissima, con gli elettrodomestici in acciaio inos­abile e i piani di granito, guardando dalla finestra la acoastal Waterway. Era arrabbiata di non andare ì Aspen, ma le seccava ammetterlo. Era arrabbiata, ìbbiatissima, ma non voleva essere scortese con larcus ricordandogli che fino a qualche tempo prima aveva ricoperto lei la sua carica e che, quando l'aveva­no mandata via, aveva deciso di non mettere mai più piede a Richmond. Però Marcus stava zitto e lei ha do­vuto spiegargli che il suo trasferimento non era stato propriamente amichevole, come lui senz'altro sapeva.


    "E passato molto tempo, Kay" le ha fatto notare al­lora. Lei era stata abbastanza rispettosa e professiona­le da chiamarlo dottor Marcus e da dargli del lei: come si permetteva quel villano di chiamarla per nome? Si è offesa, ma poi si è detta che probabilmente lui voleva solo essere cordiale e amichevole, che non doveva esse­re ipersensibile e negativa: possibile che la gelosia la spingesse a essere tanto prevenuta nei suoi confronti? In fondo, che cosa c'era di male a chiamarla Kay? si disse. E, ancora una volta, non aveva dato retta al pro­prio istinto.


    "Il governatore nel frattempo è cambiato" ha conti­nuato Marcus. "Probabilmente la signora che ricopre attualmente la carica non l'ha mai sentita nominare."


    Stava forse cercando di umiliarla, facendole capire che era così poco importante e che nessuno sapeva chi era? Ma poi si è detta che stava veramente esagerando, che Marcus non voleva certo offenderla.

    "È talmente presa dalla crisi finanziaria e dall'allar­me terrorismo che..."


    Kay si rimprovera di essere tanto negativa nei con­fronti del medico che ha preso il suo posto. In fondo Marcus le ha soltanto chiesto una mano in un caso dif­ficile: che male c'è? È normale che i manager usciti da un'azienda vengano poi richiamati in qualità di consu­lenti. E comunque Aspen è saltata.


    "... gli obiettivi in Virginia sono talmente tanti: basi militari, l'accademia dell'FBI, un campo di addestra­mento della cia, la Federai Reserve... Non avrà proble­mi con il governatore, Kay. È una donna troppo ambi­ziosa, aspira ad arrivare a Washington, non ha mai manifestato il minimo interesse per il mio lavoro" ha continuato Marcus con il suo accento del Sud, cercan­do di persuadere Kay che tornare a Richmond dopo cinque anni e offrire una consulenza all'Istituto di me­dicina legale da cui era stata licenziata non avrebbe creato nessun problema, anzi, sarebbe passato del tut­to inosservato. Poco convinta, Kay Scarpetta più che altro ha pensato ad Aspen, a Benton, al fatto che lui era in montagna senza di lei. Il tempo per occuparsi di un altro caso c'era, non aveva impegni pressanti.


    Gira lentamente intorno alla vecchia sede dell'Istitu­to di medicina legale della Virginia, assediata da mac­chinali gialli simili a enormi insetti voraci dalle fauci di metallo. Ci sono scavatori e camion ovunque e il fra­stuono è assordante.

    «Be', sono contenta di averlo visto» dice Kay Scar­petta. «Ma avrebbero dovuto dirmelo.»


    Pete Marino, che è in automobile con lei, osserva in silenzio il cantiere.

    «E sono contenta che l'abbia visto anche tu, capita­no» aggiunge Kay. Non lo chiama spesso "capitano", anche perché Marino non lo è più. Quando lo fa, è per gentilezza.

    «Contenta tu, contenti tutti» borbotta lui con il suo tipico sarcasmo. «Comunque sì, hai ragione, avrebbero dovuto dirtelo. Se non altro, quel coglione che ha preso fi tuo posto e ti ha supplicato di venire qui dopo cinque Anni a dargli una mano.


    «Probabilmente non ci ha pensato» lo giustifica Kay. I «Sì, bravo» commenta Marino. «Mi sta già sulle palle.» Indossa pantaloni sportivi neri, anfibi, giacca di finta pelle nera e berretto con visiera del Dipartimento di Polizia di Los Angeles. Kay Scarpetta sa che vuole fare del figura del bullo metropolitano perché ce l'ha ancora  a morte con "quelli di Richmond" che gli hanno fatto unavita grama quando era ispettore di polizia in Virginia. Marino è convinto di non aver meritato le numerose ammonizioni, le sospensioni, i trasferimenti e i provvedimenti disciplinari che ha ricevuto nel corso della sua carriera e non si rende conto che, se gli altri lo trattano male, spesso è perché lui li provoca.


    Kay Scarpetta lo guarda, seduto imbronciato con gli occhiali da sole e quel berretto, e pensa che sembra scemo, soprattutto visto che odia Los Angeles, Holly­wood, il mondo dello spettacolo e tutti quelli che muoiono dalla voglia di farne parte. Il berretto della polizia di Los Angeles è un regalo di Lucy, la nipote di Kay Scarpetta, che recentemente ha aperto una filiale della propria agenzia di investigazioni a Los Angeles. Chissà perché Marino, per tornare a Richmond, ha scelto un look così: forse era sua precisa intenzione mostrarsi completamente diverso da quello che è.

    «Dunque non vai ad Aspen» le dice a voce bassa. «Chissà com'è incacchiato Benton.»

    «Per la verità è impegnato» risponde Kay. «Quindi se lo raggiungo fra due o tre giorni è più contento.»


    «Due o tre giorni? Tu pensi davvero che ci mettere­mo soltanto due o tre giorni? Vedrai che ad Aspen non ci vai più. Com'è che Benton è impegnato, comunque?»

    «Non me lo ha detto e io non gliel'ho chiesto» ri­sponde lei per chiudere il discorso. Non ha nessuna vo­glia di parlarne.


 
    Marino guarda fuori del finestrino senza dire niente e Kay Scarpetta è certa che sta pensando ai suoi rap­porti con Benton Wesley. Probabilmente ci pensa spes­so, troppo spesso: ha intuito che lei si è allontanata da Benton, che da quando sono tornati insieme sono più distanti. La disturba che Marino se ne sia accorto, an­che se è naturale: se qualcuno doveva accorgersene, era ovvio che fosse proprio lui.

    «Peccato per Aspen» dice Marino. «Io mi incacchierei, comunque.»


    «Guarda!» esclama Kay Scarpetta, indicandogli il palazzo che viene abbattuto sotto i loro occhi. «Già che siamo qui, tanto vale che ci guardiamo lo spettacolo.» Non vuole parlare né di Aspen né di Benton, né del perché non è in montagna con lui. Gli anni in cui pen­sava che fosse morto l'hanno cambiata profondamen­te. Quando lui è rientrato nella sua vita, nulla è stato più come prima. Kay non sa perché.


    «Non potevano fare a meno di buttarlo giù» senten­zia Marino guardando dal finestrino. «Ci devono pas­sare i binari dell'Anatrale. Siccome riaprono la Main Street Station, avevano bisogno di spazio. Non so chi me l'ha detto. È passato un sacco di tempo.»


    «Potevi anche dirmelo» gli fa Kay.

    «È passato un sacco di tempo, non so neanche più dove l'ho sentito.»

    «Avresti potuto dirmelo lo stesso.»


    Marino la guarda in faccia. «Senti, capisco che ti gi­rino le scatole. Lo sapevamo che tornare a Richmond non sarebbe stato facile. Siamo appena arrivati e ci troviamo davanti questo scempio. Siamo qui da meno di un'ora e scopriamo che il palazzo in cui lavoravamo insieme è un cumulo di macerie. A me non sembra un gran bel segnale. Senti, stai andando troppo piano: guarda che ci tamponano.»

    «Non mi girano le scatole» ribatte Kay Scarpetta. «È solo che avrei gradito essere informata, tutto qui.»


    Procede a passo d'uomo e osserva il cantiere.

    «È di cattivo auspicio, questa cosa» ribadisce lui. La guarda poi si volta verso il finestrino.


    «Non era mica l'ottava meraviglia del mondo» insi­ste Marino, in tono improvvisamente seccato. «Un cu­bo di cemento anni Settanta in cui sono passati chissà quanti morti ammazzati, gente andata al Creatore per aids, cancrena e quant'altro, donne e bambini stuprati, strangolati, pugnalati... pazzi finiti sotto un treno... Ne ha viste di brutture, questo posto... Per non parlare dei cadaveri conservati nella divisione di Anatomia. Quelli sono la cosa peggiore, per me. Ti ricordi che li tiravano fuori dalle vasche di formalina con un argano, aggan­ciandoli per le orecchie? Nudi, rosa come porcellini, tutti rannicchiati... Che orrore!» Avvicina le gambe flesse al mento per mimare la posizione dei cadaveri.


    «Fino a poco tempo fa non saresti riuscito a tirare su le gambe a quel modo» gli fa notare Kay Scarpetta. «Tre mesi fa, le piegavi a malapena.»

    «Ma dai...»


    «Sul serio. Anzi, volevo dirtelo: sei dimagrito un sac­co, stai proprio bene.»
    «Ad alzare una gamba ci vuole veramente poco: basta pensare ai cani. Maschi, naturalmente» scherza Marino, soddisfatto del complimento. Kay Scarpetta si dispiace di non avergli detto prima quanto lo trovava migliorato.


    «Davvero, sei molto più in forma.» Per anni ha avu­to paura che Marino schiattasse a causa delle sue abi­tudini malsane, e si dispiace di non averlo incoraggiato abbastanza, quando lui ha cominciato a cambiare vita. Si è dovuta trovare di fronte alle macerie del suo vec­chio Istituto di medicina legale per riuscire a dirgli qualcosa di gentile. «Scusami se non te l'ho detto pri­ma» aggiunge. «Spero che tu non segua una dieta iper-proteica.»


    «Abito in Florida, adesso» risponde lui tutto allegro. «Seguo la dieta di South Beach. Anche se a South Beach non metto piede: è pieno di finocchi.»


    «Non mi piace che tu ti esprima in questo modo» lo interrompe Kay. Le da un fastidio terribile sentire certe parole. Marino lo sa e le usa apposta.


    «Ti ricordi il forno?» Marino riprende il filo dei ri­cordi. «Quando c'erano le cremazioni, lo sapevano tut­ti perché usciva il fumo dal comignolo.» Indica la cimi­niera scura del crematorio. «Se vedevo uscire il fumo, chiudevo i finestrini della macchina. Non voglio mica respirare certa roba, io...»


    . Kay Scarpetta sta passando lungo la parte posterio-Jre del complesso, che è ancora intatta e le sembra ^identica a come la ricordava. Il parcheggio è vuoto, a

    te un grosso trattore giallo fermo proprio dove lei Bveva il posto macchina quando dirigeva l'istituto, ap­ena a destra dell'entrata. Per un attimo, le pare di ri-lisntire la saracinesca cigolante che si azionava pre-lendo un grosso pulsante rosso e verde, le voci, il favai di carri funebri, ambulanze e barelle che trasportavano i sacchi grigi in cui erano chiusi i cadaveri. Siorno e notte, notte e giorno, senza soluzione di continuita.


    «Guarda bene» dice a Marino.

    «Ho già visto tutto quello che c'è da vedere» ribatte Itti. «Quanti giri vuoi fare intorno al palazzo?»

    «Due. Per farmi un quadro preciso della situazione.»

    Svolta a sinistra in Main Street e gira intorno al can­tiere a velocità, lievemente più alta. Passando di nuovo davanti al parcheggio, nota un uomo in pantaloni ver­de oliva e giacca nera vicino a un trattore giallo, che traffica con il motore. Capisce che sta cercando di ri­parare un guasto e rabbrividisce nel vederlo davanti al­la grossa ruota nera.


    «Secondo me, ti conviene lasciare il berretto in mac­china» dice a Marino.

    «Còme, scusa?» chiede lui voltandosi dalla sua parte.

    «Mi hai sentito benissimo. È solo un consiglio da amica» risponde Kay, mentre l'uomo davanti al tratto­re scompare alla sua vista.

    «TU mi dai spesso consigli» replica lui. «Non so se da amica, però.» Si toglie il berretto con la scritta lapd e lo guarda pensoso. Ha la fronte sudata e i pochi capelli che madre natura gli ha lasciato sono rasati a zero.


    «Non mi hai mai detto perché adesso ti radi a zero» gli dice.

    «Non me l'hai mai chiesto.»

    «Be', te lo chiedo ora.» Svolta in dirczione nord, al­lontanandosi dal cantiere verso Broad Street, e accelera.

    «È di moda» risponde Marino. «Per averne pochi, tanto vale non averne e basta.»

    «Sì, ha una logica» risponde Kay. «Come tutto, pe­raltro.»

    Edgar Allan Pogue si guarda le dita dei piedi rilassan­dosi sulla sdraio. Sorride e pensa alla reazione che avrà la gente quando scoprirà che è andato a stare a Hollywood. "La mia seconda casa" pensa. Lui, Edgar Allan Pogue, ha una seconda casa, dove andare a ripo­sarsi e a prendere il sole.
 

    A nessuno verrà in mente che potrebbe trattarsi di Un'altra Hollywood. Quando si parla di Hollywood si pensa sempre all'enorme insegna sulla collina, alle vil­le lussuosissime, a spider ultimo modello e a personag­gi famosi. A nessuno verrà in mente che la Hollywood di Edgar Allan Pogue è nella contea di Broward, a un'ora di macchina da Miami, e senza star del cinema. AI medico lo dovrà dire, però, pensa addolorato.
 
Sì, il Dedico sarà il primo a saperlo, perché deve fargli il uccino. Uno che sta a Hollywood non può rimanere ftza vaccino antinfluenzale, anche se dovesse scar-ijgiare. Pogue si arrabbia al solo pensiero. «Vedi, mamma, siamo qui. Siamo qui veramente,  è un sogno» dice con la voce strascicata di chi ha qualcosa in bocca che gli impedisce di pronunciare be­lle parole. Stringe fra i denti bianchi e regolari una piatita di legno. «E tu che pensavi che non ci saremmo  arrivati» continua, sbavando sulla matita. Un rivo­to di saliva gli cola sul mento.

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