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Recensioni su Film, Musica, Serie TV e Libri.

L'Uomo Scomparso

 


Lincoln Rhyme, detective forense tetraplegico e quindi incapace di agire se non con il cervello, è alle prese con un nuovo caso. Amelia Sachs, l'agente/amante già presente nei libri precedenti lo aiuta nel risolvere il caso difficile di un illusionista che uccide la gente con trucchi di magia, mettendoli alla prova con alcune delle più famose fughe di Houdini.

Tutto comincia in una scuola di musica di New York. Un killer, compiuto un omicidio, si chiude dentro una classe. In pochi minuti la stanza è circondata dalla polizia.

Improvvisamente dall'interno arriva un urlo, seguito da un colpo di arma da fuoco. Sfondata la porta, gli agenti si trovano di fronte a un mistero: nell'aula non c'è nessuno. Una nuova sfida per Lincoln Rhyme e la bella Amelia Sachs: per lei la risoluzione del caso potrebbe significare una promozione, mentre per Lincoln è solo l'ennesimo duello con un criminale che stavolta è anche un maestro dell'illusionismo, "il Negromante", che li provoca con delitti raccapriccianti e sparizioni sempre più diaboliche.

Attraverso l'illusionismo il Negromante, come viene soprannominato, riesce a sfuggire alla cattura numerose volte e, attraverso il trasformismo, può trasformare il suo aspetto fisico e il suo modo di comportarsi rendendo impossibile ai detective la sua cattura. Il tutto è ambientanto in un clima "caldo". Infatti in ballo c'è la fuga di un prigioniero politico, una vendetta e false identità.

Buona sera, Riveriti Spettatori. Benvenuti.

Benvenuti al nostro spettacolo.

Abbiamo moltissime eccitanti sorprese in serbo per voi nel corso dei prossimi due giorni, in cui i nostri illusionisti, i nostri maghi, ino­stri prestidigitatori tesseranno i loro incantesimi per divertirvi e in­trattenervi.

Il nostro primo numero è tratto dal repertorio dell'uomo di cui tutti hanno sentito parlare: Harry Houdini, il più grande artista del­la fuga d'America, se non del mondo, l'uomo che si è esibito di fron­te a teste coronate e presidenti degli Stati Uniti. Alcune delle sue fu­ghe sono così difficili che nessuno ha più osato tentarle, in tutti gli anni che sono trascorsi dalla sua morte prematura.

Oggi ricreeremo una fuga in cui Houdini ha rischiato il soffoca­mento in un numero noto come il Boia Pigro.

In questo trucco, il nostro artista giace prono sul ventre, le mani legate dietro la schiena con delle classiche manette Darby. Ha le ca­viglie legate e un altro pezzo di corda stretto attorno al collo, come un nodo scorsoio, e annodato alle caviglie. La naturale tendenza delle gambe a raddrizzarsi stringe il nodo scorsoio dando inizio al terribile processo del soffocamento.

Perché questo numero viene chiamato il Boia "Pigro"? Perché è lo stesso condannato a eseguire la sentenza.

In molti dei più pericolosi numeri del signor Houdini, erano pre­senti assistenti con coltelli e chiavi per liberarlo nel caso non fosse riuscito a mettere in atto la sua fuga. Spesso era presente anche un dottore.

Oggi non verrà presa nessuna di queste precauzioni. Se non riu­scirà a fuggire entro quattro minuti, l'artista morirà.

Cominceremo tra un attimo... ma prima qualche parola di avver­timento:

Non dimenticate mai che entrando nel nostro spettacolo comin­cerete ad abbandonare la realtà.

Ciò che sarete assolutamente convinti di vedere potrebbe non esi­stere affatto. Quella che secondo voi non può essere che un'illusione potrebbe rivelarsi come la severa verità di Dio.

Il vostro compagno nel nostro show potrebbe rivelarsi in realtà un completo sconosciuto. Un uomo o una donna tra il pubblico che non riconoscete potrebbe conoscerviper sino troppo bene.

Ciò che sembra sicuro potrebbe essere mortale. E i pericoli da cui vi guardate potrebbero essere solo distrazioni per attrarvi verso un pericolo più grande.
Nel nostro spettacolo, a cosa potrete credere? Di chi vi potrete fi­dare?
Be', Riveriti Spettatori, la risposta è che non dovreste credere a niente.
E che non dovreste fidarvi di nessuno. Proprio di nessuno.

Ora il sipario si alza, le luci si abbassano, la musica sfuma, la­sciando solo il suono sublime di cuori che battono nell'attesa.

E il nostro spettacolo ha inizio...
L'edificio doveva aver visto un bel po' di spettri.
Gotico, sudicio, oscuro. Stretto tra due grattacieli dell'Upper West Side, sormontato da una balaustra di ferro battuto, aveva molte finestre, rotte. Costruito durante l'era vittoriana, era stato prima un convitto e più tardi un manicomio giudiziario, dove i paz­zi criminali avevano consumato le loro tragiche esistenze.

La Manhattan School of Music and Performing Arts avrebbe potuto ospitare una dozzina di spiriti.

Ma nessuno così vicino quanto quello che adesso stava aleg­giando sopra il corpo caldo della giovane donna che giaceva prona nel vestibolo poco illuminato del piccolo teatro. I suoi occhi erano Immobili e sgranati ma non ancora vitrei e il sangue sulle sue guan-Cfl non era ancora marrone.
Il tuo viso era scuro come una prugna a causa della costrizione dilli Stretta corda che le legava il collo alle caviglie.

Attorno a lei erano sparpagliati una custodia da flauto, spartiti  un grande bicchiere rovesciato di Starbucks, il caffè che le mac­chiava I jcMtm e la camicia verde Izod e disegnava una virgola di li­quido «curo mi! pavimento di marmo.
Era predente anche l'uomo che l'aveva uccisa, chino su di lei per esaminarla con attenzione. Era calmo e non sentiva alcun biso­gno di fare in fretta. Oggi era sabato, ed era ancora presto. Come ben sapeva, durante i weekend a scuola non si tenevano lezioni. Gli studenti usavano le sale prove, ma queste si trovavano in un'altra ala dell'edificio. L'uomo si chinò ancora di più sulla donna, striz­zando gli occhi, chiedendosi se avrebbe visto una qualche essenza, uno spirito forse, sollevarsi dal suo corpo. Non vide niente.

Si raddrizzò, pensando a cos'altro avrebbe potuto fare alla for­ma immobile di fronte a lui.

"È certo che fossero delle grida?"

"Sì... No", disse la guardia di sicurezza. "Forse non erano gri­da, capisce. Urla. Preoccupate. Per un secondo o due. Poi si sono fermate."

L'agente di pattuglia Diane Franciscovich, che lavorava al Ventesimo Distretto, continuò: "Qualcun altro ha sentito qual­cosa?"

La guardia massiccia, che respirava rumorosamente, lanciò un'occhiata all'agente alta e bruna, scosse la testa e strinse e aprì le grandi mani. Si passò i palmi scuri sui pantaloni blu.
Chiamiamo i rinforzi?" domandò Nancy Ausonio, un'altra giovane agente di pattuglia, bionda e più bassa della sua partner.

Franciscovich non pensava che fosse necessario, anche se non ne era sicura. Gli agenti che pattugliavano quel tratto dell'Upper West Side si occupavano per lo più di incidenti stradali, taccheggi, furti d'auto e di confortare le persone aggredite e sotto choc. Era la prima volta che accadeva una cosa del genere - mentre stavano facendo il loro giro di controllo del sabato mattina, le due agenti erano state avvistate e chiamate dentro la scuola dalla guardia di si­curezza perché lo aiutassero a controllare l'origine delle grida. Be', delle urla preoccupate.

"Aspettiamo un momento", rispose calma Franciscovich. "Stiamo a vedere che cosa succede."

La guardia disse: "Sembrava che provenissero da qualche par­te qui dentro. Non so".

"Che posto spettrale", disse Ausonio, stranamente a disagio. Era un'agente sempre pronta a buttarsi nel bel mezzo di una mi­schia anche se doveva affrontare uomini grossi due volte lei.

"I suoni, sapete. Difficile capire. Capite cosa sto dicendo? Dif­ficile capire da dove arrivano."

Frunciucovich era concentrata su ciò che aveva detto la sua col­lega. Un posto dannatamente spettrale, aggiunse mentalmente.

Dopo che i tre ebbero percorso quelli che sembravano chilo­metri ili corridoi senza trovare niente fuori dall'ordinario, la guar­dia di sicurezza si fermò.
Con un cenno, Franciscovich indicò una porta di fronte a loro.

"Cosa c'è qui?"

"Non c'è motivo per cui debbano esserci degli studenti. È so­lo..."

Franciscovich aprì la porta.

Si ritrovarono in un piccolo vestibolo su cui si apriva un'altra porta sulla quale era scritto "Teatro A". E vicino a quella porta c'e­ra il corpo di una giovane donna, legata stretta, un cappio attorno al collo, i polsi ammanettati. Gli occhi aperti nella morte. Un uo­mo sui cinquant'anni con i capelli scuri e la barba era chino su di lei. L'uomo alzò lo sguardo, sorpreso dalla loro entrata.

"No!" gridò Ausonio.
"Oh, Cristo", gemette la guardia.
Gli agenti estrassero le loro armi e Franciscovich puntò la pi­stola sull'uomo con quella che, pensò, era una mano straordinaria­mente salda. "Tu, non muoverti! Alzati lentamente, allontanati da lei e alza le mani." La sua voce era molto meno ferma delle dita strette attorno all'impugnatura della Clock.

L'uomo obbedì.
"Sdraiati, faccia a terra. Tieni le mani in vista! "
Ausonio fece un passo verso la ragazza.
Fu Franciscovich a notare che la mano destra dell'uomo, sopra la sua testa, era stretta in un pugno.
"Aprila..."
Pop...

Il flash di luce abbagliante riempì la stanza e l'accecò. Il lampo parve scaturire direttamente dalla mano del sospetto e brillò per qualche istante prima di spegnersi. Ausonio si fermò di colpo e Franciscovich si accovacciò, arretrando e strizzando le palpebre, facendo oscillare la pistola a destra e a sinistra. Era in preda al pa­nico, sapeva che il killer aveva tenuto gli occhi chiusi per proteg­gerli dal flash e ora probabilmente stava puntando su di loro la sua arma o era sul punto di aggredirli con un coltello.

"Dove, dove, dove?" gridò.
Poi - vagamente, a causa della vista offuscata e del fumo che si stava disperdendo - vide l'assassino correre nel teatro e chiudere la
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porta sbattendola. Si udì il rumore attuato di una sedia o un tavo­lo spinto contro la porta.
Ausonio cadde in ginocchio accanto alla ragazza. Con un col­tellino svizzero tagliò la corda che le stringeva il collo, la fece roto­lare supina e, usando un boccaglio usa e getta, cominciò a prati­carle la procedura di rianimazione.
"Ci sono altre uscite?" gridò Franciscovich alla guardia.
"Solo una, sul retro, dietro l'angolo. A destra."
"Finestre?"
"No."
"Ehi", disse ad Ausonio mentre scattava. "Tieni d'occhio que­sta porta!"
"Ricevuto ! " rispose l'agente bionda e soffiò un altro respiro tra le labbra pallide della vittima.

Altri colpi dall'interno del teatro mentre l'assassino rinforzava la sua barricata; Franciscovich svoltò di corsa l'angolo diretta alla porta di cui le aveva parlato la guardia, mentre chiedeva rinforzi al­la centrale con il suo Motorola. In quel momento vide davanti a sé qualcuno fermo in fondo al corridoio. Franciscovich si fermò di colpo, puntò la pistola in dirczione del petto dell'uomo e il fascio di luce brillante della torcia alogena sul suo volto.

"Oh, Signore", gracchiò il vecchio custode, lasciando cadere a terra la scopa che aveva tra le mani.
Franciscovich ringraziò Dio per averle tenuto il dito lontano dal grilletto della Clock. "Ha visto qualcuno uscire da questa porta?"
"Cosa succede?"
"Ha visto qualcuno?" gridò Franciscovich.
"No, signora."
"Da quanto tempo è qui?"
"Non lo so. Forse dieci minuti."

Giunse un altro suono dall'interno mentre l'assassino conti­nuava a bloccare la porta. Franciscovich ordinò al custode di andare nel corridoio principale insieme alla guardia di sicurezza, quindi si avvicinò alla porta laterale. Tenendo la pistola all'altez­za degli occhi, provò a ruotare dolcemente la maniglia. La porta era aperta. Le si mise accanto in modo da non trovarsi sulla linea di tiro, nel caso l'assassino avesse deciso di sparare attraverso il legno. Un trucco che ricordava di aver visto in New York Police Department, anche se forse lo aveva sentito da un istruttore del­l'Accademia.
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